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Impronta idrica: un approccio più ampio alle risorse idriche

Il progressivo aumento della popolazione mondiale, l’industrializzazione e l’espansione dell’irrigazione nella filiera agricola hanno determinato, negli ultimi tempi, una crescita esponenziale della domanda idrica per tutti i beni e i servizi legati all’acqua.

A fronte di tale situazione, tuttavia, si riscontra la diminuzione della capacità di approvvigionamento di acqua pulita a causa del crescente inquinamento degli ecosistemi di acqua dolce e delle falde acquifere, nonché dell’incremento stesso dell’utilizzo di acqua in tutti i processi produttivi ed industriali.

Questa realtà ha reso impellente l’esigenza di elaborare strumenti per garantire un uso più consapevole e, soprattutto, dal punto di vista della sostenibilità delle risorse idriche a livello mondiale.

Il concetto di “impronta idrica” (o water footprint, in inglese) nasce proprio al fine di migliorare la gestione del preziosissimo “oro blu” a livello globale.

Sviluppato dal Prof. A.Y. Hoekstra dell’Università di Twente (Olanda) nell’ambito di attività promosse dall’UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization), esso consente di calcolare l’utilizzo, diretto ed indiretto, di acqua da parte di un individuo, comunità o impresa.

In particolare, l’impronta idrica è definita come il volume totale di acqua dolce utilizzata per produrre beni o servizi, misurata in termini di volumi d’acqua consumati (evaporati o incorporati in un prodotto) e inquinati, per unità di tempo.

Esso rappresenta una rielaborazione del concetto di “contenuto di acqua virtuale” (o virtual water content, in inglese), teorizzato, nel 1993, dal Prof. J.A. Allan (Premio Stockholm Water Prize 2008).

L’acqua virtuale è quella utilizzata nella produzione delle merci in ogni fase della filiera e che è, quindi, “virtualmente” contenuta in esse.

Tale concetto considera un approccio più ampio alle risorse idriche, includendo non solo l’uso diretto e visibile dell’acqua, ma anche il consumo indiretto e invisibile come “incorporato” nei prodotti che usiamo tutti i giorni.

Per citare alcuni esempi, è stato stimato, per l’appunto, su una media globale, che una mela costa circa 125 litri di acqua, una tazza di caffè 132 litri, una pizza margherita 1.260 litri e un chilo di carne di manzo 15.000 litri.

L’impronta idrica differisce dal concetto di acqua virtuale, perché fornisce anche una connotazione geografica dell’utilizzo della risorsa idrica, combinandola con un’analisi qualitativa e, infine, collegando queste informazioni con le serie storiche.

È, quindi, un indicatore multidimensionale, espresso in termini volumetrici (metri cubi) che consente il confronto tra i paesi, nel tempo e tra diversi settori (industriale, domestico e agricolo).

Dal punto di vista qualitativo, in particolare, l’impronta idrica è data dalla somma di tre componenti:

  • Acqua Blu: è l’acqua che proviene dai corpi idrici superficiali (fiumi, laghi, estuari, ecc.) e dalle falde acquifere sotterranee. L’impronta idrica blu contabilizza, quindi, il consumo di acque superficiali e sotterranee di un determinato bacino. In questo caso, il consumo è inteso come un prelievo di acqua che non torna intatto nello stesso luogo da cui è stato prelevato;
  • Acqua Verde: è l’acqua piovana contenuta nelle piante e nel suolo sottoforma di umidità, senza essere parte di una qualsiasi superficie o corpo idrico sotterraneo. L’impronta idrica verde si concentra sull’uso di acqua piovana, in particolare sul flusso di evapotraspirazione delle piante ad uso agricolo e nelle foreste, ed è importante per comprendere il valore dell’agricoltura non irrigua in termini di risparmio di risorse idriche blu;
  • Acqua Grigia: è l’acqua inquinata dai processi produttivi. Rappresenta il volume di acqua dolce necessario a diluire gli inquinanti a un livello tale che l’acqua, nell’ambiente in cui l’inquinamento si è prodotto, rimanga al di sopra di standard di qualità locali.

La prima metodologia di calcolo dell’impronta idrica (Water Footprint Assessment) è stata sviluppata dal Water Footprint Network, piattaforma internazionale che riunisce imprese, associazioni governative, università e istituti di ricerca sull’acqua, e il documento di riferimento è il Water Footprint Assessment Manual – The Global Standard (2011).

Il Water Footprint Assessment si sviluppa in varie fasi:

  • quantificazione e localizzazione dell’impronta idrica di un prodotto o di un processo nel periodo di riferimento;
  • valutazione della sostenibilità ambientale;
  • individuazione delle strategie di riduzione della stessa.

Il concetto di Water Footprint (inteso come bilancio idrico) è stato di recente integrato dallo Standard ISO 14046, che specifica principi, requisiti e linee guida relativi alla valutazione dell’impronta idrica basata su un approccio di Ciclo di Vita (LCA, Life Cycle Assessment), cioè tenendo conto della gestione dell’acqua lungo tutta la catena di produzione.

La valutazione standardizzata consente, così, di confrontare i prodotti dal punto di vista della loro performance ambientale.